L’età del foliage: scrivere di sé dopo i sessant’anni
Dopo i sessant’anni, dicono, si rallenta. Io ho scoperto che si trascolora. Come le foglie d’ottobre, che lasciano andare il verde e mostrano il colore che custodivano da sempre. In compagnia di Duccio Demetrio e del suo “Foliage”, ti invito a vagabondare tra le foglie e i ricordi, con un taccuino in tasca, per scoprire di che colore è oggi la tua storia.
Non si appassisce, si trascolora: affiora il nostro colore vero


“L’autunno è una seconda primavera, in cui ogni foglia è un fiore.”
Albert Camus, Il malinteso (1944)
Ci sono viali, qui a Treviglio, che a fine ottobre si accendono. Le foglie dei castagni diventano ruggine, quelle dei tigli giallo oro, quelle degli aceri si consumano in un incendio silenzioso di arancione vivo e rosso scarlatto, e io cammino piano, con il mio quaderno nero dalla copertina rigida in borsa, scrigno dei miei pensieri, e la sensazione precisa di attraversare una soglia.
Non è malinconia. O meglio, non soltanto. È qualcosa che somiglia a un bilancio fatto con le mani in tasca: guardo indietro e intanto vado avanti.
Sono trascorsi diversi cicli di stagioni dai miei “primi” sessant’anni e da qualche tempo mi accorgo che il mondo intorno a me ha un’idea molto precisa di chi dovrei essere: una che rallenta, che si accontenta, che “si gode la pensione”. Come se l’autunno della vita fosse una sala d’attesa.
Io invece ho scoperto che l’autunno è la stagione con più colori.
L’AUTUNNO NON È UN DECLINO
“L’autunno non è solamente una stagione, ma uno stato d’animo”: con questa frase di Friedrich Nietzsche si apre il libro di Duccio Demetrio di cui ti parlerò tra poco. È quello stato in cui le emozioni possono diventare tempesta e pace nella stessa giornata, perché hai l’impressione che i giorni ti sfuggano dalle mani e di non avere più tempo per sognare ancora.
Io invece mi nutro dei miei sogni, li inseguo, fino ad afferrarli perché diventino la mia storia, quel progetto che non deve più rimanere rinchiuso in un cassetto, ma volare lontano, verso un altrove che ho disegnato nel mio cuore.
In Occidente abbiamo imparato a pensare l’autunno come il tempo del distacco, delle cose che finiscono. Duccio Demetrio, un mentore per me quando si parla di scrittura di sé, ha dedicato un libro intero a ribaltare questa idea: “Foliage. Vagabondare in autunno” (Raffaello Cortina Editore, 2018).
Per lui l’autunno non è la fine di qualcosa, è un lavoro nascosto. Scrive che l’autunno “non è solo foglie, è radici che già lavorano per il tempo che verrà, è invisibilità. E queste vivono, si nutrono, non appassiscono, anche quando tutto sembrerebbe ormai incolore e privo di vita”. Lo pensa addirittura come una quinta stagione, nomade, che può affacciarsi in qualunque momento dell’anno e della vita.
Quanto è vero. Oggi le mie radici non le sento più stanziali, ma in viaggio: quasi vorrei diventare una nomade delle storie, che raccoglie nella mente vite da scrivere e da raccontare con quella mia penna mai stanca di inventare. E curiosare tra le rughe di chi ha vissuto, come e più di me, infinite stagioni.
IL COLORE CHE ERAVAMO DA SEMPRE
Un giorno, tenendo in mano una foglia gialla raccolta da terra, mi sono incuriosita e mi sono chiesta come mai quel colore e come mai altre foglie acquisivano in autunno diverse sfumature, come ruggine, rosso fuoco. E quale legge stabiliva tale trasformazione, quando il verde brillante dell’estate moriva alle prime note di freddo.
In realtà, quei gialli, quegli arancioni o rossi intensi che ogni autunno ci incantano, non arrivano da fuori o a causa di eventi atmosferici. Erano già lì, dentro la foglia, per tutta la primavera e tutta l’estate. Soltanto, non si vedevano. Li copriva il verde della clorofilla: il colore del lavoro, della fatica quotidiana di trasformare la luce in nutrimento. Quando l’autunno arriva e quella fatica si placa, il verde si ritira piano, giorno dopo giorno. E allora affiora ciò che la foglia era da sempre.
Ho pensato a noi, ultrasessantenni che ci avviamo verso la chiusura di un ciclo, almeno così ci hanno lasciato intendere.
Ho pensato a tutte quelle primavere ed estati della nostra vita, quando abbiamo portato addosso il nostro verde. Il lavoro, i figli da crescere, i genitori da accudire, la casa, le scadenze, le aspettative da non deludere. Un verde necessario, generoso, che ci ha tenuti in piedi e ha nutrito chi ci stava accanto. Ma un verde che, a volte, ci ha anche nascosti persino a noi stessi.
Ecco che allora non siamo arrivati alla stagione per appassire, ma per trascolorare. Non è sbiadire, non è perdere colore. Quel piccolo prefisso, tras-, vuol dire “attraverso”, “oltre”: trascolorare è attraversare i colori, passare da una tinta all’altra senza strappi, lasciando emergere quella vera che il verde aveva custodito per tanto tempo.
E poi ci sono i rossi.
Il rosso fuoco delle foglie è tutta un’altra storia: prima non esisteva.
Molte foglie quel colore lo accendono proprio in autunno, lo creano da capo, come un ultimo, sorprendente atto di vitalità. Quando lo imparai da un libro di botanica, rimasi a lungo a guardare una foglia d’acero tra le mani, ferma in mezzo a viale Piave, quasi incredula. Mi piace pensare che anche noi, dopo i sessant’anni, abbiamo questo doppio dono: ritrovare il colore che eravamo, e scoprire il coraggio di accenderne uno che non avevamo mai osato.
C’è anche un modo antico di usare questa parola. Si dice che qualcuno “trascolora in volto” quando un’emozione lo attraversa e gli cambia il viso. Io vorrei trascolorare così: lasciarmi attraversare ancora dalla vita, senza difese, con il volto scoperto.
E allora mi chiedo: se gli alberi non si vergognano di trascolorare, perché dovremmo vergognarcene noi?
Le rughe, i capelli bianchi, i progetti abbandonati e quelli nuovi che ci spaventano un po’: sono il nostro foliage. Non segni di resa, ma pigmenti che la vita ha impiegato decenni a preparare.
IL PENSIERO AUTOBIOGRAFICO ARRIVA ADESSO
In “Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé” (Raffaello Cortina Editore), Duccio Demetrio scrive che c’è un momento in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito e che capita a tutti, prima o poi di vivere quel passaggio.
Lui lo chiama pensiero autobiografico.
Non credo sia un caso che questo momento arrivi così spesso dopo i sessant’anni.
È il momento in cui il verde si ritira. I figli sono grandi o lontani, il lavoro cambia forma o finisce, il corpo ci chiede attenzioni nuove. E dentro questo spazio che si apre, a volte all’improvviso, nasce una domanda: chi sono io adesso che non sono più costretta a essere tutto quello che gli altri si aspettavano?
Di che colore è davvero la mia anima?
Scrivere di sé, a questa età, non è nostalgia. È bilancio e rilancio insieme. Si guarda la strada percorsa per capire quale passo scegliere domani.
Demetrio ci chiede proprio questo: non lasciar volare via le pagine della nostra vita, ma fermarle sulla carta per “imparare a non dimenticarci di noi stessi. Di aver vissuto e di aver intravisto gli altri vivere”.
Non si tratta di vivere di ricordi, ma di vivere con i ricordi.
È una differenza sottile, e dopo i sessant’anni diventa una scelta.
VAGABONDARE: UN METODO, NON UNA FUGA
C’è una parola, nel titolo del libro di Demetrio, che mi ha conquistata: vagabondare.
Non viaggiare, non visitare: vagabondare. Demetrio distingue con delicatezza diversi modi di camminare. C’è il viandante, che cerca il nuovo come una meta da raggiungere. C’è il flâneur, colui che vaga solitario per le strade in una direzione nota soltanto a lui. C’è il pellegrino, fedele a cammini spirituali battuti da secoli. E poi c’è il vagabondante, colui che si affida al caso, all’incontro, all’imprevisto, e cammina “secondo l’estro del momento, per una casualità”.
Io mi riconosco in quest’ultimo, e credo che sia lui il compagno ideale di chi vuole scrivere la propria storia. Perché, come scrive Demetrio, “non esisterebbe vagabondaggio se strade e sentieri portassero sempre da qualche parte”. Anche la vita, a guardarla bene, è fatta di sentieri interrotti, di radure improvvise, di deviazioni che non avevamo previsto e che si sono rivelate le strade più vere.

Se non fosse stato così, una parte di me sarebbe morta tanto tempo fa e non sarei oggi una scrittrice che presta la sua penna a chi ha una storia ma non le parole per raccontarla. E, più ancora, una donna che ha riscoperto in sé i colori di parole che prima aveva paura di pronunciare.
Per il vagabondante, poi, la sosta è preziosa: “la pausa fa parte della filosofia del camminare anche come contemplazione e meditazione”. Ci si ferma su una panchina, si legge una poesia, un colore richiama un quadro di Van Gogh visto anni fa, un odore di funghi e foglie bagnate riporta a galla un ricordo che credevamo perduto. Lo si riordina, gli si dà una luce nuova. E lo si scrive.
Angelo Andreotti, nella sua bella recensione a “Foliage. Vagabondare in autunno”, (Libera Università dell’Autobiografia, Anghiari) lo dice con una frase che mi porto dietro, quasi come un mantra:
“Lo smarrirsi è il punto di partenza del trovarsi”.
La scrittura autobiografica, dopo i sessanta, funziona proprio così. La memoria non va interrogata come un archivio, va attraversata come un bosco.
Per chi ama i libri, l’arte, la natura, i viaggi, questa è una notizia meravigliosa. Non serve chiudersi in casa per scrivere la propria storia. Si può scriverla camminando.
LASCIAR CADERE
L’albero, in autunno, compie un gesto che a noi umani riesce così difficile: lascia andare.
Non trattiene le foglie per paura dell’inverno. Le lascia cadere, e quelle foglie nutrono la terra e le sue radici, perché la linfa si rinnovi. Così è anche per noi: ciò che si stacca, in qualunque forma prenda l’abbandono, diventa nutrimento per la parte più intima e invisibile di chi siamo.
Nelle mie lezioni in “Percorsi autobiografici e creativi”, parlo spesso di “dare aria alle stanze” della nostra vita. L’autunno ci insegna la stessa liberazione con una semplicità disarmante.
Ma che cosa possiamo lasciar cadere?
Un ruolo che non ci appartiene più. Un’aspettativa altrui che abbiamo portato addosso per decenni.
Un “si deve” che ci ha impedito di essere chi siamo.
Lasciar cadere non significa perdersi, anzi. Demetrio scrive che “il problema è capire se noi siamo in grado di assomigliare a noi stessi”. A volte, per assomigliarci, dobbiamo però, prima, spogliarci di ciò che non ci somiglia più. Come la foglia che lascia andare il suo verde per mostrare finalmente il suo oro.
Scrivere questi pensieri sulla pagina del proprio quaderno è già un modo di lasciarli andare.
Così è stato per me, quel giorno in cui ho lasciato indietro la mia vita passata.
Dopo la mia tempesta ho ricominciato in una casa nuova: trentotto metri quadrati di libri, quattro vestiti e la speranza che qualcosa ridipingesse la mia anima dei suoi veri colori. Non ci credevo davvero, che tutto potesse ricominciare. Le ferite non si erano ancora rimarginate, e non avevo nemmeno un lavoro stabile. Eppure, sono arrivati incontri imprevisti, un libro che mai avrei pensato di leggere, un tablet con una piccola tastiera esterna. E quel respiro autunnale della libertà che non teme l’inverno. Come una foglia che si affida al vento, ho cominciato a scrivere il mio primo romanzo. È ancora inedito, ma è il figlio che la mia mente, affamata di storie, ha partorito.
IL TACCUINO D’AUTUNNO: UN ESERCIZIO PER TE
A questo punto ti propongo un piccolo esercizio, finché le foglie restano ancora sui rami.
- Esci a camminare con un taccuino. Un parco, un viale, un bosco, il lungofiume della tua città. Cammina senza fretta, da vagabondante, e fermati quando qualcosa ti colpisce: sarà la tua radura.
- Raccogli una foglia e guardane il colore. Chiediti: è un colore che esisteva da sempre, nascosto sotto il verde, o uno che si è acceso adesso? E a quale parte di te somiglia? Scrivi il ricordo che affiora, anche solo poche righe, senza correggere.
- Torna a casa e scrivi una pagina che inizi con “Oggi lascio cadere…”. Cosa scegli di lasciare andare per fare spazio al colore che vuoi mostrare adesso?
Conserva la foglia tra le pagine. Tra qualche anno la ritroverai, e capirai quanta strada hai attraversato.

UNA CASA NUOVA, UNA STAGIONE NUOVA
Ho scelto di aprire il mio nuovo sito con questo articolo perché anch’io, in fondo, sto attraversando il mio foliage. Ho cambiato pelle, ho rinnovato la casa che accoglie le mie parole, e voglio continuare a camminare insieme a chi, come me, ha ancora una grande voglia di esplorare.
Se senti che è arrivato il tuo momento di raccontarti, ti aspetto nei miei “PERCORSI AUTOBIOGRAFICI E CREATIVI”: sei incontri individuali o in un piccolo gruppo, per trasformare i ricordi in un racconto compiuto.
Oppure scrivimi e raccontami quale colore ha la tua foglia.
Rilke, nelle “Elegie duinesi”, parla di una commozione inattesa “per una cosa felice che cade” (traduzione di Anna Lucia Giavotto Künkler).
Io penso alle foglie d’ottobre, al verde che si ritira e all’oro che affiora.
E penso a noi.
Perché non si appassisce.
Si trascolora.
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