IL SENSO DELLE PAROLE NELLA CULTURA DELLO STUPRO

4. GIORNALISMO E SOCIAL NETWORK – COME SI COMUNCA LA CULTURA DELLO STUPRO NELL’ERA DIGITALE

Siamo giunti alla fine di questo percorso con cui ho desiderato condividere insieme a voi una riflessione di fondo attraverso molteplici prospettive: alla fonte di una violenza di genere, stupro, femminicidio esiste una cultura patriarcale di cui noi tutti siamo portatori spesso inconsapevoli, perché “abituati” dalla consuetudine ad accettarne le manifestazioni.

È sempre stato così. Perché cambiare? Cosa c’è di male?

Vi invito ad ascoltare il racconto dello scrittore e drammaturgo Stefano Massini dal titolo “Auguri e figli maschi” per comprendere come noi tutti siamo assuefatti e assorbiti all’interno di stereotipi che affondano le radici in una cultura patriarcale trasmessaci, di certo in buona fede, dai nostri genitori. Tutto parte da qui.

https://www.facebook.com/reel/333075402920569

E oggi, come si comunica la cultura dello stupro, quali sono i veicoli di informazione con cui si diffondono a macchia d’olio questi stessi stereotipi di cui ci racconta Stefano Massini, tanto da consolidarsi sempre più nelle persone?

A mio avviso e in modo palese, il giornalismo e i social network sono, la cassa di risonanza di parole che depotenziano il valore della donna in quanto persona, relegandola sempre a un “passo indietro” rispetto all’uomo, nonostante, come ho sottolineato negli articoli precedenti, le conquiste sociali e le lotte femministe del secolo precedente.

CONSIDERAZIONI GENERALI VERSO UNA “DISTRAZIONE DI MASSA”

Partiamo da alcune considerazioni di ordine generale, ma fondamentali per conoscere il fenomeno e come le parole possono essere pericolose da un punto di vista valoriale, oltre che depotenzianti.

Come è cambiato il mondo del giornalismo?

Le testate giornalistiche non le concepiamo più solo come quel giornale che mio padre comprava ogni giorno e che leggevamo insieme commentando le notizie: oggi apriamo il nostro cellulare in qualsiasi momento della giornata e ci colleghiamo alle testate online per ricevere, in tempo reale e ovunque, le informazioni sul nostro paese e il mondo intero.

Non solo, anche i socialnetwork, sono essi stessi conduttori delle notizie, la democrazia digitale ci consente di essere noi stessi fruitori e artefici della comunicazione sociale. Ma il rischio è che spesso si mostra solo una parte dell’informazione, senza che si abbia la facoltà di osservare oltre il contesto esistente dietro le parole, non sempre frutto di un’accurata indagine giornalistica e spesso fuorvianti.

Ma il cambiamento non è solo nella modalità di trasmissione delle informazioni, ma anche sostanziale.

Il giornalista ha una grande responsabilità sociale, è quel ponte fra noi e la notizia, tra ciò che accade e l’interpretazione dei fatti, non solo per come sono stati vissuti nella realtà dai protagonisti, ma anche per come vengono percepiti da noi spettatori esterni. Il giornalista segue un’etica precisa, raccoglie le notizie, fa informazione, senza porre giudizi, ma con la giusta distanza e onestà intellettuale.

Insomma, la cultura si accresce anche attraverso una comunicazione chiara e al di sopra delle parti, per consentirci di prendere decisioni, siano esse politiche o sociali, con altrettanta chiarezza, senza manipolazioni.

Ma è davvero così?

Oggi le cose le vediamo sotto una luce diversa, ci sentiamo trascinati, nostro malgrado, da una corrente avversa che ci impedisce di pensare con la dovuta lucidità, reagendo spesso sotto l’onda delle emozioni. Questo accade forse perché siamo bombardati da informazioni che noi stessi condividiamo d’istinto, senza avere la giusta distanza e la capacità di verificare la fondatezza delle stesse, con senso critico indispensabile per essere liberi da rimaneggiamenti esterni.

E se una testata giornalistica diventa, nel nostro caso, parte della comunicazione di una cultura dello stupro, ecco che sarà sempre più complicato sradicare dalla mente delle persone determinati stereotipi, con il rischio, a lungo termine, di “armare” la mano del violentatore o dell’autore di un femminicidio.

C’è molta “distrazione di massa” e un uso delle parole che distorcono la verità non tanto nei fatti, un femminicidio e uno stupro sono quello che sono nella sostanza, ovvero atti violenti e di abominio che nessun essere umano può mai giustificare, quanto piuttosto nella percezione della vittima e del carnefice.

Per “distrazione di massa”, in questo caso, intendo lo spostamento dell’attenzione dall’atto violento alla subdola vittimizzazione del carnefice, veicolando informazioni non necessarie, strumentalizzanti e che offendono la sensibilità della vittima, fin troppo provata dall’esperienza violenta.

Così si arriva a ribaltare le parti in gioco: alla fine risulta la donna, con i suoi comportamenti e stile di vita, a essere lei stessa causa del male subito, giustificando di fatto il colpevole e delegittimando la vittima.

LA NARRAZIONE DI UNO STUPRO – LA VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA

Ho già parlato di “vittimizzazione secondaria” nel terzo articolo, quando ho approfondito la questione giudiziaria, su come vengono spesso concepiti i processi in ambito di violenza di genere, ma più deplorevole, perché meno evidente e più subdola, è la questione se ci riferiamo alla narrazione da parte dei giornalisti e dei commentatori sui social network.

Il primo grave errore è associare un femminicidio alla parola “amore”.

Delitto passionale”, “gelosia”, sono termini che sembrano voler ricercare nella storia una sorta di movente della violenza.

Ancor peggio quando si tende a dare molta considerazione, più che ai fatti in sé, alle testimonianze dei familiari dell’aggressore e ai vicini di casa. “Lei voleva lasciarlo”, “litigavano spesso”, “era una persona per bene e gentile”, suggeriscono un raptus di gelosia, o a un momento di follia, provocato da una scelta della vittima, piuttosto che da un atto voluto e premeditato del carnefice.

Insomma, che sia uno stupro o un femminicidio, nell’informazione giornalistica, prevale più l’opinione della gente che la notizia in sé, nuda e cruda.

E quando una vittima di stupro denuncia l’aggressore e la sua vita, all’improvviso, finisce sotto i riflettori dell’opinione pubblica, quasi sempre le parti si invertono.

La donna sarà costretta a giustificare alcuni suoi comportamenti, dimostrare di essere una vittima attendibile. Di contro, sarà il carnefice ad aver subìto le provocazioni della vittima che, attraverso un suo gesto, un abito troppo succinto o comportamento eccessivamente disinibito, ha costretto a far uscire allo scoperto la “bestia”.

È quindi indispensabile, lo leggiamo tra innumerevoli commenti di gente comune sui social, che la donna debba essere la “vittima perfetta”, secondo l’ideale di un certo tipo di cultura.

Se la vittima è una brava ragazza, che veste sobria, non esce ogni sera a ubriacarsi o a sballarsi, ma conduce una vita secondo determinate regole morali, allora il reato verrà percepito come un atto più aberrante rispetto a quello subito da donne che, secondo l’opinione comune, sono troppo libere e meno legate a valori familiari.

E, di conseguenza, verranno stigmatizzate con la frase: “in fondo se l’è cercata”.

In questo modo, chi legge è portato quasi a provare empatia per l’aggressore e diminuisce agli occhi della gente la responsabilità del reato, trasferendo così la colpa sulla vittima.

Pertanto, la vittima “sbagliata” non risponde alle aspettative, secondo aberranti stereotipi culturali.

Una vittima “perfetta” urla piange, si difende, chiude le gambe, non si concede al carnefice.

Una vittima “perfetta” ha graffi e lividi a dimostrazione che si è difesa.

Ma non sempre funziona così. A volte il confine è molto labile e non sempre si riesce a dimostrare il “No” o come esso viene interpretato.

Ma un “No” non dovrebbe essere interpretato. Un “No” dovrebbe essere ascoltato nella sua semplice ed essenziale verità:

Io non voglio”.

E ricordiamoci che non siamo sante, ma donne che hanno semplicemente paura.

Il terrore pietrifica. Tu vuoi vivere. Anche se una parte di te muore, vuoi vivere.

Chiudi gli occhi e speri che tutto finisca presto.

Ma attenzione, oggi la violenza di genere corre anche lungo la rete, la vittima viene violentata di nuovo dalle parole che depotenziano la sua integrità e il valore in quanto persona.

Un caso di particolare gravità è quello di Beppe Grillo quando utilizzò il suo blog per difendere pubblicamente suo figlio Ciro, accusato di stupro di gruppo nei confronti di una ragazza. Ogni stereotipo è stato introdotto per sottolineare l’inaffidabilità della vittima. “Ha denunciato troppo tardi” – afferma, senza tener conto che spesso una ragazza violentata ha bisogno di tempo per metabolizzare quanto subìto.

Una parte di te, in quel momento, è paralizzata e ritrovare coraggio per affrontare il mostro che ti ha violata non è un passaggio immediato. Non è come denunciare un furto di un oggetto.  

In questo caso c’è stato anche un abuso di potere, nell’utilizzare una posizione privilegiata per far forza sull’opinione delle persone, banalizzando l’entità del reato e mettendo in discussione la credibilità della vittima. In fondo è stata soltanto una “goliardata” di “quattro coglioni”.

CONCLUSIONI – QUALE CONSAPEVOLEZZA?

Combattere questo fenomeno mediatico è complicato, forse è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, per usare una metafora biblica.

Dal basso c’è scarsa consapevolezza e certi titoli passano spesso inosservati.

Emblematico è il caso del “Sole 24 Ore” che si occupò stranamente di un fatto di cronaca, quando nel 2020 l’imprenditore Alberto Maria Genovese fu accusato di stupro, spaccio e sequestro di persona nei confronti di una giovane di 18 anni:

“Un vulcano di idee e progetti che, per il momento, è stato spento”.

È stato spento da chi? E perché?

Fu un maldestro tentativo di “ripulire” la reputazione di un imprenditore.

È un imprenditore geniale, nessuno lo nega, ma ciò non gli ha impedito di abusare del suo potere per terrorizzare e violentare una giovane ragazza che cercava solo, con molta ingenuità, di avere un’opportunità, come tante sognano. L’ha resa “un corpo privo di vita, una bambola di pezza”, così l’ha definita il Gip nella sua ricostruzione.

 Credo che abbia pagato un prezzo troppo alto per un sogno. Ci fu una rettifica da parte della testata, ma nella sostanza non ci furono particolari cambiamenti e l’episodio perse di importanza.

La sostanza reale è che quella ragazza non sarà più la stessa. Ci sentiamo tutti autorizzati a giudicare, siamo tutti bravi a non metterci saggiamente in una situazione di pericolo, ma chi dovrà pagare, alla fine? Chi è la vera vittima?

Da non sottovalutare anche il fatto che molti uomini si sentono punti sul vivo e sui social ci tengono a far prevalere una voce unanime: “Noi non siamo così, noi siamo diversi”.

Il problema, però, non è sottolineare la diversità dall’essere carnefici e prenderne la dovuta distanza, quanto nella mancata consapevolezza della nostra responsabilità sociale e morale. Tutti noi, uomini e donne, siamo portatori di quella matrice patriarcale che ancora ci appartiene, senza per questo voler discriminare nessuno.

Riascoltiamo bene cosa ci racconta lo scrittore Stefano Massini, spesso la banalità del male è che, senza che ne siamo coscienti, noi a quelle parole ci siamo abituati e non ne comprendiamo la potenziale pericolosità.

In definitiva, siamo tutti pronti a stigmatizzare uno stereotipo di donna per cui domani ne potremo, a nostra volta, diventare vittima o carnefice, pur se ci riteniamo persone libere.

Per concludere, ora ci definiremo tutti emancipati dal patriarcato quando ad “auguri e figli maschi” risponderemo

No, grazie, maschi e femmine non conta, purché siano figli liberi”.

Lascia un commento