
Quando un’autobiografia attraversa l’immagine, tanti fotogrammi di vita vissuta da trascrivere sulle pagine del nostro libro perché diventino storia dopo di noi

La lettura del piccolo, ma potente libro “Il magico studio fotografico di Hirasaka” della scrittrice Sanaka Hiiragi mi ha trasportato all’indietro nel tempo, fino a ripercorrere tutta la mia vita attraverso immagini sbiadite che forse non ho più con me, ma di cui conservo la consapevolezza della loro esistenza.
È strana questa cosa, ricordo le fotografie che mi hanno immortalata, saranno da qualche parte, lontane da me, oppure sparite negli innumerevoli traslochi che sin da bambina hanno significato un ricominciare tutto daccapo senza continuità, ma non ricordo quasi mai il vissuto prima e dopo lo scatto, le parole dette, le sensazioni provate, nulla.
E penso che un giorno, quando arriverò alla fine dei miei giorni e attraverserò quel luogo sospeso tra la vita e la morte, succederà anche a me di incontrare, come nel libro, un omino che mi accolga nel suo studio fotografico e mi inviti a scegliere tra le mille foto scattate, quelle che per ogni anno vissuto abbiano significato qualcosa di importante per me, come se in quel fotogramma fosse impresso il senso del tutto.
Ci sarà poi una foto più consunta delle altre, perché l’ho stretta più volte tra le mani, una foto che non ha più luce e nitidezza, ma che racchiude una traccia nell’anima impossibile da cancellare, seppur non possa più vederne i contorni di chi ha vissuto con me quell’attimo.
La magia di poter tornare indietro nel tempo, rivivere quella fotografia e, insieme alle mille altre scattate, costruire la mia “lanterna dei ricordi”, potrebbe essere davvero l’ultimo dono per andar via in pace, nella consapevolezza di aver vissuto la vita giusta per me, nonostante i fallimenti, le innumerevoli cadute, nonostante il dolore e la solitudine di non sentirsi sempre vista da chi ho amato.
Il connubio tra fotografia e autobiografia è imprescindibile, se ragioniamo sul fatto che la nostra storia è l’insieme di molteplici storie, tanti pezzi da collegare in una trama, una “lanterna dei ricordi” di cui noi non sempre siamo gli artefici. Spesso ci portiamo dentro i fotogrammi di chi ci ha immortalati e giudicati in un certo modo e ha disegnato un’immagine di noi che ci siamo imposti di indossare come una maschera, per nascondere il nostro autentico volto, nasconderlo al mondo e più ancora nasconderlo a noi stessi.
Sorridiamo davanti l’obiettivo, ma ogni scatto è lo specchio attraverso cui guardare dentro le nostre ferite, sorridiamo per non morire o per ricominciare, per scegliere in libertà e per dire “Eccomi, guardami, io sono vivo/a!”

Camilla Urso, specializzata in arteterapia, autrice di progetti autobiografici tra psicologia e fotografia, immagini e parole, afferma:
“Non sono una fotografa. Non sono una scrittrice. Ma senza la fotografia non potrei scrivere alcuna storia”.
Se ci penso, è stato così anche per me, in un certo momento della mia esistenza, in quel punto particolare della linea temporale che considero lo spartiacque tra chi ero prima e chi sono oggi, tra vita-morte-rinascita, l’unico modo che mi ha permesso di riscrivere la mia storia è stato rivolgere verso me stessa l’obiettivo, immortalare una miriade di autoscatti in cui ceravo di ritrovare la mia faccia lontana dalla sofferenza.
Ma quel dolore era lì, dietro mille sorrisi e pose, senza più quel grasso che seppelliva la verità di me stessa.
In definitiva, la fotografia mi ha concesso la possibilità di guardarlo in faccia il male che mi ha mangiato viva per anni, di non nasconderlo più, di poterlo osservare, abbracciare e, con pace interiore, lasciarlo andare.
Io non sono più quel dolore, è successo e succederà ancora, la traccia esiste, ma posso oggi andare oltre, attraversarlo e riconsiderare la mia storia da una prospettiva nuova, più chiara e libera dalle mie paure, magari imparando persino a riderci sopra con indulgenza e ironia per respirare, respirare e ancora respirare leggera, in ogni passo quotidiano, verso la direzione giusta scelta per me.
Nel mio lavoro di ghostwriter, quando mi viene chiesto di scrivere un’autobiografia, oltre la narrazione in diretta della storia e fonti testimoniali scritte (lettere o diari), chiedo sempre di mostrarmi delle foto che raccontano del passato, di esperienze vissute, di come sono cambiati nel tempo: non tutti comprendono l’utilità delle fotografie, forse per una forma di pudore, o forse perché la fotografia non può mentire, l’espressività, il movimento intuito dalla posa del corpo, i luoghi… penetrano la mia sensibilità di narratrice e mi immergo dentro la storia, la vedo!
Le fotografie ci consentono, in ultima analisi, di mantenere un filo della nostra storia, di ritrovare un’armonia dimenticata, quando entriamo in conflitto con noi stessi e gli altri: potrebbe davvero essere terapeutico, quando le parole ci muoiono dentro, l’immagine ci suggerisce una modalità alternativa di raccontare la storia della nostra vita, di riconsegnarla allo sguardo di chi, un giorno, ci ricorderà per come abbiamo vissuto e amato.
E le parole escono da lì, sono dentro la fotografia e, allo stesso modo, le parole raccontano la fotografia e non c’è inganno o tradimento, è quel fermo-immagine impossibile da cancellare, oltre cui resteremo eterni, vivi nella memoria per sempre, vivi nel cuore di chi abbiamo incontrato e con cui abbiamo vissuto, nel bene e nel male, la nostra vita.

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