
Quanto potente è la scrittura a mano?
Inizio subito con una domanda tosta, una domanda che fa rabbrividire oggi nell’era digitale, attraversati da correnti avverse che hanno relegato carta e penna nel museo delle memorie perdute.
Ricordo che, quando ero piccola, la comunicazione viaggiava lenta, tra lettere e cartoline spedite o attese, in cui la nostra traccia personale e fisica era incisa in modo unico e irripetibile.
Ma esisteva, ancora più indietro, un mondo affascinante che ho conosciuto attraverso i racconti di mia madre, quando si insegnava a scuola la “bella calligrafia”: era un’arte e una disciplina che ti trasmetteva quel senso antico ed elegante di scrittura, parte fondamentale della nostra storia, di cui non possiamo non preservarne i valori, seppur oggi non possiamo più far a meno di un computer o di uno smartphone.
È potente la scrittura a mano, ve lo posso assicurare, perché dice molto di noi, anche quando scriviamo la lista della spesa: tra quelle onde, angoli, graffi, in risposta a regole precise, stabilite per tracciare le lettere, impariamo a rallentare, educhiamo la nostra mente a pensare, lasciamo spazio all’immaginario, fino a che quel segno sulla carta, per quanto incerto e impreciso, si trasforma in bellezza.
Molti studi lo confermano, il cervello lavora meglio scrivendo a mano, anzi è felice e invecchia con più lentezza, perché viene stimolato in diverse aree, cosa che non accade quando si scrive sulla tastiera.
Il cervello è più felice con la scrittura a mano, è mai possibile?
Sì, il cervello è felice, il sistema nervoso si rilassa, le emozioni fluiscono fuori più libere, perché la mano accoglie quelle vibrazioni interne che ci smuovono la pancia, le cellule, le sinapsi… e le traduce in tracce scritte, in segnali visibili allo sguardo. Le emozioni sono lì, davanti a noi e quei segni grafici raccontano chi siamo, la nostra storia fuoriuscita dal movimento muscolare dello scrivere.
Infatti, grazie all’uso del corsivo, che oggi purtroppo sta perdendo la sua preminenza a favore dello stampatello, è importante per un sano sviluppo psichico, come confermato da numerosi esperti: la linea continua ha una sua melodia intrinseca, penetra nel nostro mondo interiore, i pensieri dalla mente si organizzano sul foglio con armonia, le emozioni vibrano sulla punta della penna, come fosse il tracciato del battito cardiaco, non ha interruzioni o distacchi, ma sono unite tra loro attraverso la grafia.
E ve ne potrei elencare mille altri di benefici legati al movimento di scrivere a mano, nonostante le mode abbiano stravolto il rapporto che abbiamo con la scrittura: le biro sostituirono i pennini e le stilografiche, le tastiere hanno scavalcato le biro, lo schermo ha soppiantato i fogli bianchi, ma l’esercizio di scrivere graffiando la carta non può essere scisso dalla nostra crescita equilibrata, cosicché corpo, mente e anima possano danzare insieme.
La scrittura a mano, strumento per la narrazione di sé

In questo tempo di vacanza, quando i ritmi rallentano, la scrittura a mano trova maggiore spazio, anche se sempre, durante l’anno, dedico almeno dieci minuti al mio quaderno, al contatto tra la mia anima e quella pagina bianca.
E sulla carta, tra le righe di una pagina, la mia anima la riconosco nelle sue tempeste, tra fatiche quotidiane e fragilità, quando la calligrafia si fa più nervosa e incerta; oppure la riconosco nel godere rilassata il paesaggio interiore, tra la visione di chi sono oggi e le immaginazioni del domani, forte della direzione scelta per me, quando il tratto si fa più limpido e leggero. Mi sento rassicurata in quei momenti perché ritrovo me stessa, la passione e la bellezza della mia storia che si dipana davanti a me, giorno dopo giorno.
La cosa strana è che, nonostante sin da bambina, come tutti, ho sempre praticato la scrittura a mano, solo da quando la tecnologia digitale me ne ha tolto l’abitudine quotidiana per comunicare con l’altro io ho scoperto il valore curativo di questo esercizio.
In particolare, nella narrazione di sé ho sperimentato quanto terapeutico sia riportare su un quaderno pensieri ed emozioni, quanta consapevolezza di me io acquisisco attraverso un semplice gesto.
Dopo lo stupore, non potevo tralasciare il senso di tutto questo e quale posto nella mia vita professionale di ghostwriter dovessi io definire per la scrittura a mano.
Può la scrittura a mano diventare strumento di lavoro per una ghostwriter?

C’è un passaggio fondamentale, quando si accoglie una storia, prima di trascriverla in un libro: quella storia deve entrare dentro di me, perché la voce letteraria che definirò nell’opera commissionata, trovi origine dalla voce autentica di chi ha vissuto l’esperienza narrata.
E mi chiedevo come potessi riuscirci, se potessi solo affidarmi al mio talento, alle mie capacità o alla mia particolare empatia, quando, nell’ascolto, mi prendo cura delle persone e della loro storia.
La risposta l’avevo già a portata di penna, il metodo di lavoro si è così allineato con spontaneità a questa mia particolare sensibilità e la scrittura a mano è diventata mia stupenda alleata, quando sbobino un’intervista con il cliente o le sue fonti dirette audio e video.
Per carità, non voglio demonizzare il supporto utile della tecnologia, oggi esistono programmi e ti consentono di sbobinare un audio o un video in poco tempo e con facilità: di certo ciò è un beneficio, ad esempio per uno studente che ha registrato una lezione all’università, per ottimizzare i tempi nello studio.
E anche io avevo pensato di usufruirne, poi, durante il mio primo incarico importante, quando avevo tra le mani una biografia che ti graffiava la pelle e l’anima, per quanto dolore e forza traspariva dalle parole della narratrice, riscrivere a mano, parola per parola, quelle emozioni, durante la sbobinatura dell’intervista, ha prodotto un’energia nuova che mi ha attraversata.
Ho avvertito nella mano, nel cervello e nel battito cardiaco quello stesso identico dolore, la storia mi stava entrando dentro, si stava impossessando di me perché la potessi scrivere per come doveva essere scritta, in modo che la cliente si potesse riconoscere tra le pagine del libro.
C’è fatica in questo lavoro, a volte anche dolore fisico, spossatezza, ma quando ti arriva il pianto di gioia dell’altra persona, dopo aver letto il file delle prime pagine del suo libro, significa che ho fatto un buon lavoro, che sono stata ripagata della salita impervia necessaria per arrivare alla vetta dell’obiettivo richiesto.
Infatti, quando scali una montagna, ci vuole tempo, non bisogna avere fretta, non esistono scorciatoie facili, sarebbe più veloce prendere l’elicottero, ma la contemplazione della bellezza intorno a te la assapori ad ogni passo, nonostante le cadute o i muscoli doloranti: così per una storia, la assapori in ogni respiro, in ogni parola ascoltata e riascoltata perché sia quella giusta, anche se la mano fa male e la mente è stanca.
Nessuno strumento tecnologico potrà mai sostituire il valore di questa esperienza.
In sintesi, un libro lo si scrive al computer, certo, ma dopo aver assimilato la fonte diretta da cui nascerà l’opera, ovvero la voce stessa dell’autore, attraverso l’ascolto interno, attraverso la partecipazione corale del corpo, della mente e dell’anima: sono vibrazioni che arrivano fino alla mano, fino alla punta della penna perché è da quelle tracce vissute che una storia palpita oltre i confini di una pagina.
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