IL MASSACRO DEL CIRCEO

PER NON TACERE MAI

Terza puntata

TINA LAGOSTENA BASSI, L’AVVOCATA DELLE DONNE

La maggior parte delle persone ricorda Tina Lagostena Bassi, una donna minuta, ma dal temperamento tenace, quale personaggio televisivo popolare, quando comparve nella trasmissione di “Forum” in veste di giudice d’arbitrato.

Ma Tina è molto di più di un personaggio televisivo, la sua storia di avvocato si consolida negli anni 70, anni di piombo e di sangue, un’epoca oppressa da una violenza aderente a una cultura che non è ancora del tutto debellata.

E amava farsi chiamare “avvocata”, non per una sorta di ribellione lessicale, ma per sottolineare, nella narrazione di un ruolo, quante dure battaglie dovette affrontare per meritarsi quel titolo: le parole hanno una importanza fondamentale e, nelle arringhe di Tina, diventano spade taglienti nei confronti di chi abusa di una toga per stigmatizzare la vittima quale “carnefice” di sé stessa.

Nata a Milano nel 1926 da una famiglia agiata, appena diciannovenne sposa Vitaliano Lagostena: sembra che il suo destino fosse segnato, come per tutte le donne, assoggettata ad essere moglie e madre, votata alla cura della famiglia, ma Tina aveva altri programmi per sé.

Sognava di studiare e il marito, un uomo aperto di mente e illuminato, non le pose ostacoli alla sua realizzazione professionale: così si iscrisse alla Facoltà di Legge presso l’Università di Genova, senza rinunciare, nel frattempo, a diventare madre di due figli.

Un giorno Tina, felice della vita scelta, grazie anche al sostegno della famiglia per la crescita dei figli, si rese conto che non per tutte le donne i diritti alle pari opportunità erano riconosciuti e se ne accorse sulla propria pelle, quando molti colleghi maschi avevano per lei parole dure e offensive.

I processi

Il trattamento peggiore, riservato alle donne, avveniva però nelle aule di tribunale, quando si trattavano reati di violenza carnale: Tina le strinse a sé e lottò per loro dinanzi alle ingiuste accuse di essere lussuriose, adescatrici, donne “sbagliate”.

Dovremo ricordare Tina come l’avvocata che per prima pronunciò in un’aula di tribunale la parola “stupro”, un reato considerato lesivo della morale pubblica e non della persona, un reato la cui colpa ricadeva sulla donna e non sugli aguzzini: era necessario che il “Codice Rocco” venisse riformato, consapevole però che sarà una lunga ed estenuante battaglia contro i pregiudizi della legge stessa, in appoggio a una cultura maschilista che ha scavato radici profonde nella storia del nostro paese.

E l’avvocata delle donne lo divenne per il paese soprattutto quando si celebrò il processo contro Angelo Izzo e Gianni Guido (Andrea Ghira era latitante e non venne mai arrestato), i “mostri” del Circeo della Roma Pariolina che rapirono, stuprarono, torturarono due ragazze di borgata, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti: solo quest’ultima sopravvisse e lottò per ottenere giustizia, rifiutando il patteggiamento e la consistente somma di risarcimento per rimanere in silenzio.

Tina fu il suo avvocato in un processo che sconvolse l’opinione pubblica, perché Donatella non si piegò alla cultura dominante che vede la donna stuprata come colei “che se l’è cercata” e “che se fosse rimasta a casa, come tutte le brave ragazze, non le sarebbe successo nulla”, ma con coraggio affrontò un secondo “massacro” mediatico: la sua identità venne violata dall’opinione pubblica, esibita come paradigma osceno in tribunale, dove gli avvocati difensori ne abusarono senza dilaniarle la pelle, ma sfigurandole l’anima.

E sarà il primo processo in cui le donne sono protagoniste in aula, si stringono in un patto di alleanza, si mobilitano insieme nella lotta per il riconoscimento dei propri diritti dinanzi alla legge, perché possano sentirsi protette quando la loro integrità morale e carnale è violata e oltraggiata da uomini violenti, insensibili al dolore e alla paura.

Donatella era una ragazza vittima e innocente, ma venne additata come colei che, insieme all’amica, fu la vera artefice del reato, a causa di una condotta lesiva della morale pubblica: se fossero state meno “leggere”, i bravi ragazzi, frequentatori di una scuola cattolica, non avrebbero avuto l’occasione di scatenare la loro furia assassina.

In definitiva, sono le donne che risvegliano il “mostro”, questa era la verità ricorrente, sussurrata a fior di voce tra i banchi di chiesa e nelle strade di quartiere.

Sarà poi celebre il processo per stupro che, per la prima volta, venne trasmesso sul canale nazionale di RAI 3 nel 1978: è la storia di Fiorella, una giovane diciottenne di Latina che ebbe il coraggio di denunciare la violenza subita da parte di un gruppo di quattro uomini.

Sul corpo di Fiorella non vi erano segni di maltrattamenti, inoltre conosceva uno degli aggressori, colui che l’adescò con la scusa di discutere una proposta di lavoro, essendo la ragazza disoccupata: questi fatti furono considerati “aggravanti” dalla pubblica difesa, come se avesse acconsentito a “godere” dell’atto sessuale, in quanto, mancando le prove di un’aggressione fisica, poneva la vittima in una posizione di consensualità.

Questo era un atteggiamento molto comune nella mentalità corrente e fu scioccante assistere alla violenza verbale a cui Fiorella venne sottoposta in aula, indagando senza ritegno sulla sua vita privata, rendendola di fatto un’imputata, incolpata di aver provocato il reato, a causa dei suoi comportamenti ritenuti “sconvenienti”: tale forma mentale è purtroppo ancora oggi ampiamente diffusa tra la gente, se ci soffermiamo su recenti casi giudiziari a carico di personaggi noti, dove l’unico modo per difendersi è condannare i comportamenti della vittima, se fa uso  di alcool e di droghe o se veste in modo seducente.

Le riforme

“Noi chiediamo giustizia, noi chiediamo che anche nelle aule dei tribunali si modifichi quella che è la concezione socioculturale del nostro paese. Si cominci a dare atto che la donna non è un oggetto…

Devo purtroppo prendere atto, e mi scusino i colleghi, che ancora la difesa considera le donne come solo oggetti, con massimo disprezzo…

La difesa è sacra e inviolabile, è vero, ma nessuno di noi avvocati si sognerebbe di impostare una difesa per rapina così come si imposta una difesa per violenza carnale. Allora mi chiedo, se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne e ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza…

La vera imputata è la donna e, scusatemi la franchezza, se si fa così è solidarietà maschilista…

Una donna ha diritto di essere quello che vuole, senza bisogno di difensori e io non sono il difensore della donna Fiorella, io sono l’accusatore di un certo modo di fare i processi per violenza carnale”.

Ho desiderato porre all’attenzione di chi legge un estratto dell’arringa finale di Tina Lagostena Bassi nel processo a Fiorella, perché vi sono le radici di un cammino politico su cui si fonderà la lotta legislativa, per ottenere dei cambiamenti sostanziali del diritto.

Eletta nel 1994 come deputato di Forza Italia, Tina si batterà per l’introduzione delle Quote Rosa e poi, in veste di presidente della Commissione per le Pari Opportunità, si dedicherà alla riforma del diritto di famiglia.

Ma dovremo aspettare fino al 1996, ben vent’anni dopo il Massacro del Circeo, perché venga approvata la “legge contro la violenza sessuale”: d’ora in poi lo stupro sarà considerato reato contro la persona e non più contro la morale pubblica, questo grazie alla mobilitazione di tutte le rappresentanze parlamentari femminili di ogni credo politico.

Tante altre saranno le iniziative promosse da Tina, l’avvocata delle donne: ricordiamo, come unico esempio, l’istituzione del Telefono Rosa per consentire alle vittime di violenza carnale di chiedere sostegno in caso di pericolo e assistenza sanitaria, legale e sociale.

Conclusione

L’avvocata delle donne ha davvero lasciato un segno indelebile nelle coscienze di tutti noi, per la fermezza con cui si è dibattuta.

È stata la prima voce autorevole che ha dato visibilità a tante vittime, nascoste dalla paura, e speranza a tutte noi oggi, perché ancora molte strade ci sono da attraversare, qui in Italia, come in tanti paesi, dove la donna non ha diritto di esistere come essere umano e di essere libera di scegliere per la sua vita, di cantare, ballare e ridere senza più “veli oscurantisti” che le offuscano la bellezza del cuore.

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